La mia alluvione

Vicenza, zona Ponte degli Angeli, contrà Porta Santa Lucia. Lunedì 1 novembre 2010.

Stiamo dormendo quando mio marito e io sentiamo bussare imperiosamente alla porta. Guardo l’ora: sono le 6.30. Lui si precipita nudo a piano terra e scopre che il pavimento è allagato. Dall’altra parte della porta il vicino di casa grida qualcosa. Nel frattempo scendo anch’io, apro la finestra che dà sulla via e scopro che la strada principale non esiste più: al suo posto ora c’è il fiume, che lambisce la base della finestra. Qualche secondo dopo salta la luce. Da quel momento la mia gola si secca e le mani cominciano a tremare senza che possa fare nulla per fermarle.

Mentre mio marito sale a vestirsi in fretta, recupero il cordless e cerco di chiamare un numero per le emergenze, ma come negli incubi il telefono non funziona. Provo a comporre il numero dei miei suoceri e stavolta neppure i tasti rispondono. Per un istante penso di essere davvero dentro un sogno, ma poi mi rendo conto che l’acqua ha sommerso anche la presa telefonica e ovviamente l’apparecchio non va. Grido a mio marito che provi a chiamare i suoi genitori col cellulare, perché il mio è scarico e il fisso è fuori uso. Ho il cordless ancora in mano quando sento una voce dall’altro capo che dice “Pronto, chi parla?” e riconosco mio suocero. Non so come, ho preso la linea. Gli dico chi sono, lui sulle prime non mi riconosce, non chiamo mai a quelle ore, poi gli spiego che il Bacchiglione è esondato e abbiamo l’acqua in casa. Lui mi dice di mantenere la calma e che cercherà di raggiungerci al più presto con qualche attrezzo per aspirare l’acqua. Purtroppo non riuscirà mai ad arrivare.

Dopo questa breve conversazione, provo a rifare il numero delle emergenze ma il telefono non dà più segni di vita. Perdo anche il senso del tempo: trascorrono più di due ore prima che decidiamo di fuggire, ma nel ricordo mi sembra un quarto d’ora. In quel lasso di tempo mi butto addosso i primi vestiti che trovo e comincio a portare al piano superiore tutto quello che pare importante: computer, stereo, documenti, televisione, il mobiletto del bagno con oggetti di prima necessità, una forma di prosciutto e una di parmigiano che abbiamo in frigo – in quel momento pensiamo che forse resteremo bloccati in casa per chissà quante ore. I libri arrivano per ultimi nella lista delle priorità, perché sono troppi e in fin dei conti non abbiamo opere di pregio.

In tutto questo via vai su e giù per le scale, l’acqua sale senza posa: ai polpacci, alle ginocchia, alle cosce. Mio marito ha spinto il divano contro la porta per tenerla chiusa, ma quando l’acqua ci arriva alla vita vediamo il divano che comincia a galleggiare e così il frigo in cucina. L’ingresso di casa nostra è in comune con un altro appartamento: sentiamo un botto provenire dall’esterno e capiamo che il portoncino d’entrata ha ceduto. In effetti da qual momento una cascatella marrone comincia a scendere dalla porta principale, all’altezza della maniglia, ed è a quel punto che decidiamo di abbandonare la nave.

Saliamo al piano di sopra per l’ultima volta. Siccome le finestre del soppalco stanno sul soffitto e abbiamo le tende elettriche, la camera da letto è completamente al buio. Mi muovo con una pila che tengo sempre a portata di mano accanto al letto. Mio marito si affaccia all’abbaino del bagno, che è l’unico aperto, e vede una coppia sul terrazzo del condominio di fronte. Gridando, gli chiede com’è la situazione, se stanno arrivando soccorsi, e loro rispondono che non c’è nessuno in giro. In effetti durante i nostri giri su e giù per le scale, avevamo visto solo una specie di gommone passare difronte alla nostra finestra e proseguire oltre.

Intanto, con l’aiuto della torcia elettrica, riempio di vestiti uno zainetto; mio marito è tornato in camera da letto, si carica i laptop a tracolla e scendiamo. Attraversiamo il soggiorno immersi fino alla vita, come se stessimo guadando un fiume: l’acqua melmosa c’impedisce di vedere dove mettiamo i piedi e già uno strato di limo rende scivoloso il pavimento. Ci dirigiamo verso il cortile posteriore perché tentare di uscire dall’ingresso principale è troppo pericoloso, la massa d’acqua potrebbe travolgerci. Mio marito, muovendosi cautamente tra gli oggetti invisibili caduti in acqua, prende una scala dalla lavanderia e la piazza contro il muro alto circa quattro metri che delimita il nostro cortile posteriore.

Sono circa le otto e mezza del mattino e attorno a noi c’è un silenzio surreale, si sentono solo scrosci d’acqua provenire da varie direzioni e ogni tanto dei colpi come di oggetti che cadono, porte che si scardinano. Sentiamo un crollo all’interno di casa nostra e ipotizziamo che si sia rovesciata una scaffalatura della libreria, un pezzo della Billy bianca di Ikea che arrivava fino al soffitto ingombra di volumi. Mio marito si arrampica sulla scala e da lì si aggrappa alla sommità del muretto. Con un buon lavoro di braccia e gambe riesce a tirarsi su e a sedersi in cima al muro. Io gli passo il mio zaino e cerco di imitare quello che ha fatto lui, ma ho bisogno del suo aiuto per raggiungere la cima. Da lassù ci guardiamo intorno e valutiamo in che direzione proseguire. La coppia di coniugi in terrazza nel condominio di fronte è ancora lì che osserva le nostre acrobazie e ci urla qualcosa che non capisco. Mio marito gli fa un cenno agitando un braccio, poi prova a vedere se possiamo proseguire lungo il muretto ma scopre che il tratto di muro del nostro vicino è disseminato di cocci di vetro. Io mantengo a fatica l’equilibrio, con lo zaino sulle spalle, una borsa a tracolla e la sommità del nostro muretto che è di un materiale metallico completamente bagnato e scivoloso, perché piove da giorni. Anche adesso sta piovendo, non fortissimo ma quanto basta per inzuppare la metà del corpo che finora era rimasta all’asciutto.

Capiamo che lungo il muretto non si può proseguire, dunque l’unica soluzione resta quella di calarci direttamente giù dall’altra parte del muro, senza tentare traversate da funamboli, e così mio marito fa un salto di sotto, finendo sopra un roseto immerso nella melma. È il giardino interno di un convento di suore. Mi calo anch’io e lui da sotto mi prende per la vita attutendo l’impatto. Qui l’acqua è più bassa, ci arriva alle ginocchia, e dal giardinetto sbuchiamo in un ampio cortile dove un gruppo di suore anziane vestite di bianco ci guarda sbigottite. C’è anche un uomo sui cinquanta che le sta aiutando e sembra preoccupato per un’auto semi sommersa parcheggiata nello stesso cortile da dove proveniamo noi. Finalmente emergiamo dalle acque e mettiamo piede sulla terraferma, ossia il pavimento del convento, che non è andato sott’acqua perché è in una zona leggermente rialzata. Alla nostra destra vedo una grande statua di una madonna col bambino: una visione che non dimenticherò e mi fa sentire in salvo. Una suora ci chiede da dove veniamo e così le spieghiamo la nostra scalata, mentre altre si fanno intorno ad ascoltare.

Mentre parliamo, ci inoltriamo verso l’ingresso del convento e mio marito vede la sua auto parcheggiata difronte: è intatta e all’asciutto. Ma in quel momento si ricorda di non aver preso le chiavi. Così chiede in prestito una scala, sale di nuovo sul muretto, e torna dentro casa per cercare le chiavi di entrambe le nostre auto. Mentre lo aspetto intravvedo una stanza in penombra dove una ventine di suore molto anziane sta facendo colazione. Altre di poco più giovani sembrano accudirle e una mi dice sottovoce che tra poco le trasferiscono tutte al piano superiore. Quando mio marito torna, mi annuncia che ha recuperato le chiavi, così restituiamo la scala e dopo molti ringraziamenti usciamo dal convento. La via è già piena di curiosi, una donna vigile è in fondo alla strada che blocca le auto, mentre in basso, verso casa nostra è un lago marrone di cui non vediamo la fine. Il paragone è banale ma sembra di stare a Venezia con l’acqua alta perché questa è una zona centrale della città di Vicenza, con portici e palazzi antichi.

Poco distante, parcheggiata a lato della strada vedo la mia auto sommersa dall’acqua fino quasi alle serrature delle portiere, assieme a un’altra di qualche sventurato che come me è rimasto intrappolato in casa senza riuscire a spostarla. Senza indugiare oltre saliamo nell’auto di mio marito e lui mette in moto. In fondo alla via la vigilessa ci blocca, dopo qualche istante sembra capire che stiamo fuggendo e ci indica l’unica direzione percorribile. Io sto ancora tremando, non capisco se per il freddo o la paura, e il mio unico pensiero è riuscire a raggiungere casa dei suoceri, in collina. Non è scontato perché moltissime strade sono bloccate e dobbiamo cambiare percorso più volte finché imbocchiamo l’autostrada dal verso giusto e arriviamo fradici a destinazione.

Siamo rimasti ospiti dai suoceri per due settimane. Il giorno dopo il nostro arrivo, cioè il 2 novembre, l’acqua in casa non era ancora defluita, ne restava almeno mezzo metro. Il comune, interpellato, ci ha detto che bisognava attendere  un paio di giorni perché il fiume calasse. In serata, però, sono arrivate le telecamere di Rai Uno. Hanno intervistato un nostro vicino di casa e lui ha riferito cosa ci aveva detto il comune: alcuni funzionari pubblici lì presenti hanno subito smentito e nel giro di poche ore avevamo un’idrovora in azione – come  dal giorno prima accadeva già nei pressi dello stadio. In poco tempo l’acqua è defluita, si trattava solo di sbloccare i tombini intasati dal fango.

I giorni successivi sono trascorsi nella fatica: spalare fango, gettare mobili ed elettrodomestici, interpellare tecnici di ogni sorta, lavare una quantità esorbitante di stoviglie e oggetti. A distanza di due settimane, di domenica, siamo rientrati a casa, con la cucina rimontata a metà e senza gas.

Il giorno dopo il nostro rientro, lunedì 15 in serata, troviamo un foglietto attaccato col nastro adesivo fuori dalla porta in cui si dice che c’è un nuovo stato di pre-allarme e si indicano norme di comportamento in caso venga dichiarato lo stato di allarme. In effetti alle 13:00 del giorno dopo è scattata l’emergenza perché il fiume stava per esondare di nuovo: il centro città è impazzito, sembrava prepararsi a un bombardamento. La protezione civile pattugliava il quartiere con altoparlanti, c’erano sacchi di sabbia ovunque e tutti i parcheggi erano deserti. Comunque, almeno questa volta ci hanno avvisati, perchè invece la mattina di Ognissanti non abbiamo visto anima viva. Nessuno ha pensato di attivare una sirena per svegliare i residenti e tantomeno c’era qualcuno che ci aiutasse a metterci in salvo. In poche ore mio marito di fronte alla porta di casa ha eretto una barricata con sacchi di sabbia e tavole di legno alta quasi un metro. Grazie a Dio stavolta il peggio non si è verificato e siamo andati a letto quasi tranquilli.

Ma a quando il prossimo stato di allarme? Casa nostra è ancora devastata, sembra in costruzione: i muri sventrati, gli infissi rotti, quasi nessun mobile. Dentro casa è entrato un metro e 50 di acqua e fango ed è difficile farsi un’idea dei danni che può causare un evento del genere. La mia auto è stata recuperata da amici dopo qualche ora dall’alluvione e, nonostante fosse sommersa fino alle serrature delle portiere, dopo due settimane di meccanico è tornata a camminare. Abbiamo perso elettrodomestici, libri, mobili.

Stasera un tecnico ha riattivato il telefono e internet, ed eccomi qui.

Il Bacchiglione non ha colpa, ma gli uomini sì. Sono tantissimi i responsabili di questo disastro e hanno nomi e cognomi. Sono tutte quelle persone che lavorano alla manutenzione dei fiumi e degli argini e che in questi anni hanno svolto in modo pessimo il loro lavoro. E sono tutti i politici e gli amministratori che non finanziano queste opere sul territorio. Cialtroneria, menefreghismo, incompetenza, clientelismi: questi sono i veri responsabili di una sciagura evitabile.

P.S.: Sulla rivista online Il primo amore ho trovato due interessanti articoli, scritti a ridosso dell’alluvione, dove è ben  argomentata la questione delle cause e delle responsabilità: La pioggia e il cemento.

6 risposte a La mia alluvione

  1. cristiana scrive:

    Cara Monica, solo adesso capisco davvero che cosa avete passato, e che cosa state passando.
    Che dolore. E che rabbia.
    Se si può fare qualcosa, siamo qui.
    Un bacio,
    Cri

  2. Pirofila scrive:

    Noi siamo qui, se servono braccia o qualunque altra cosa basta chiedere

  3. Monica scrive:

    Grazie cari! è una bellissima cosa sapere che ci siete😀
    A presto!

  4. daria scrive:

    ho finito di leggere questo racconto ora, tutto d’un fiato, e mi sento spossata, persino mi gira un po’ la testa. non voglio immaginare come ti sei sentita tu, dici che tremavi, questo mi dà un’idea, ma è pazzesco, davvero, dover vivere una situazione simile.
    il peggio è passato, ma ora, per la ripresa, per la nuova partenza, per qualunque cosa, sappi che ci sono, non esitare a chiedere.
    e poi, penso a quando un giorno racconterai questa storia ai tuoi figli, la inizierai forse così: “ci eravamo appena sposati…”, immagino che questa dura prova vi abbia ancor più fortificato!
    un abbraccio fortissimo a te e a claudio. non vedo l’ora di vederti!
    daria

  5. […] Copia e incollo dal blog di Monica la storia della sua alluvione.  Con i brividi e tanta rabbia.   E tanto affetto.  La mia alluvione […]

  6. It is perfect time to make some plans for the future and it is time to be happy.
    I have read this post and if I could I wish to suggest you some interesting things or advice.
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